Trasmettere immagini di vita di bordo senza fotografie

Prima o poi arrivano, quei momenti precisi che vuoi imprimerti nella testa mentre li vivi, sperando di non dimenticare quello che provi. Accade davanti a un panorama mozzafiato che ti stordisce di bellezza, oppure quando ricevi una qualche forma di illuminazione su te stesso.

Vorrei parlare di quel che (mi) succede a bordo di una barca a vela, perché mi sono annodato al fazzoletto alcune occasioni particolari (anche se non proprio speciali o epiche). Occasioni in cui a togliere il fiato è stato il nostro essere in quel tempo e in quello spazio specifici, e non solo il panorama intorno a Shasa (la barca di Fabrizio che mi ospita, e intorno alla quale gira questo log).

In queste occasioni speciali non rimpiango di non avere una macchina fotografica a portata di mano. Perché fotografo, ma non sono un fotografo e soprattutto (me l’ha insegnato il mio Vero Amore) perché preferisco sfruttare tutto il tempo per vivere questo preciso istante meraviglioso in tutta la sua durata, e imprimermelo nella memoria per bene.

Nella memoria, correndo il rischio che il ricordo sbiadisca o scompaia, o che al contrario si mitizzi valicando la propria natura originaria. Certo, una buona cartolina a volte fa capire molto, e riporta a galla dei ricordi sopiti. Ma quello che conta, e che starà in questo log, sono le emozioni vissute, la commozione, il fiato sospeso, i pensieri già pensati da altri e quelli nati come istantanee.

Perché un giorno sono sceso a terra e ho pensato a come comunicare le emozioni e anche i semplici fatti dell’andare per mare, non per immagini ma tramite l’empatia. Provando a rivivere quell’istante, nel tempo del suo svolgimento come nel tempo necessario al suo racconto.

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Un commento

  1. La sorpresa di scoprire questo accogliente luogo galleggiante, e ci sono finita dentro in pieno… immersione immediata e completa in sensazioni più che in pensieri, nell’assoluta sospensione del tempo delle (rare) esperienze che ti assorbono interamente.
    L’ho saputo dopo, dal contraccolpo quasi violento quando sono sbarcata, e non avrei voluto… per ritrovarmi, toh! quella di prima, in mezzo alle solite cose di botto sparite quando Shasa mi aveva presa, diventate nel frattempo un po’ più scure e tristanzuole. Aggiungere altro adesso non sarebbe che togliere, a quella sensazione così netta e a tutto quanto comporta quell’istantaneo scarto un po’ destabilizzante, di corpo e spirito insieme, quando si scende dalla barca sulla terra.
    Il tutto è passato, c’est passé, davanti allo schermo di un pc… non male.
    Comunque, sì… dopo, a terra (terra): quanto più vuoti, e alla fine incubatori di superficialità, sono i blog fatti di (pur bellissime) foto e, a proposito, perchè log, senza la b? Forse perchè, cerco e scopro:
    “In inglese log significa tronco di legno; nel gergo nautico del 1700 era il pezzo di legno fissato a una fune con nodi a distanza regolare, lanciato in mare e lasciato galleggiare (Solcometro). Il numero di nodi fuori bordo entro un intervallo fisso di tempo indicava, approssimativamente, la velocità della nave (da qui la convenzione di indicare la velocità di una nave in nodi). Il logbook (1800) era il registro di navigazione presente su ogni nave, su cui venivano segnate, ad intervalli regolari, la velocità, il tempo e la forza del vento, oltre ad eventi significativi accaduti durante la navigazione. Con il significato di giornale di bordo, o semplicemente giornale, su cui vengono registrati gli eventi in ordine cronologico il termine è stato importato nell’informatica (1963).” (Wikipedia)

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