[PNB] Barcolana 2012, 2/2. Svolgimento

[Piccoli noir di bordo]
[...segue]

Forse sono in mezzo ad un disastro inenarrabile. Forse sono rimasto solo, su una barca senza equipaggio, senza motore e senza possibilità di governo, forse pure semiaffondata…

Ma cristo, no! Io volevo solo divertirmi e stare insieme a queste persone meravigliose, io non sono pronto per fare naufragio alla mia prima grande regata… In un solo istante faccio tutti questi pensieri, mi sollevo e apro la porta della cabina di schianto, pronto al peggio, mentre butto lo sguardo nel buio verso poppa, e mi avvio a scoprire il mio destino… è stato uno sguardo istantaneo che è durato un’eternità. Per quanto possa sembrare banale dirlo, me lo ricordo bene.

In pozzetto, Fabrizio, Giuliano e Lia, silenziosi ma evidentemente sani, mi fanno ciao ciao con la manina. Fabri, a cavallo della barra del timone come al suo solito, mi sussurra “ben svegliato!” con un sorriso quasi divertito. Credo di essere in mutande, sudato gelido, e con due occhi così! Ok ciao, intanto magari mi metto qualcosa addosso.

Esco in pozzetto e i tre, come Miss Marple, l’ispettore Colombo e Poirot riuniti a simposio, mi svelano la Verità: a motore non ce l’avremmo mai fatta ad arrivare a Ravenna, e nemmeno a Venezia, dove hanno provato a puntare la prua, col mare comunque troppo al traverso. Quindi (quanto è saggio Fabrizio!) abbiamo fatto dietro-front e adesso, con la sola randa terzarolata e il motore spento, stiamo surfando sulle onde a 7 nodi, per tornare a Trieste e trovare riparo. Andiamo praticamente “a fari spenti nella notte”…

Com’è bello unire altri puntini, diversi da quelli di prima… Marco e Filippo sono scesi a dormire, per questo gli altri parlavano piano. La barca prende il mare in poppa, quindi si muove in maniera diversa, rolla ma non beccheggia. L’onda di prua non si sente per niente (ora la nostra velocità relativa rispetto alla corrente è minima) e siamo senza motore perché il vento ci spinge e le onde in poppa ci sollevano facendoci andare in discesa (proprio come un surf) regalandoci praticamente la velocità massima.

Solo ora che anche Giuliano è sceso a dormire, inizia a piovere (è un classico su Shasa). Piove tanto. Lia, Fabrizio ed io stiamo in coperta, sotto le cerate, spalle a vento e acqua, quasi in trance. Timoniamo un po’ a turno, cercando di non far partire Shasa in straorza, e forse da qualche parte c’è anche una mano gelata che tiene costantemente la scotta della randa, pronta a mollare tutto.

Alle 4 la pioggia aumenta ancora, proprio mentre ammainiamo la randa per entrare a Trieste, in uno scenario incredibile. I riflettori gialli del Porto Nuovo e i fari delle dighe in cui districarsi, nascondono i miei punti di riferimento a terra. Castello e Faro della Vittoria quasi non si vedono, e io fatico a dare una rotta a Fabrizio. E poi a parte la pioggia, a terra tutto tace. La città, che fino a poche ore fa proprio qui sulle Rive era una fiera carnascialesca, è totalmente immobile, spazzata da vento e scrosci d’acqua. Troviamo un ormeggio fortunato al Marina S. Giusto e abbiamo giusto il tempo di dormire un’oretta, ché dobbiamo impacchettare Shasa e raccogliere le nostre carabattole per fiondarci su un treno, il primo InterCity per Bologna.

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Lasciamo Shasa a Trieste senza credere veramente a un distacco così imprevisto, in questa città che si rivela intrisa di un fascino diverso ogni volta che ci stai. Nonostante sia la mia seconda città, non l’avevo mai vista prima in vita mia a quest’ora del lunedì, in questa stagione, e soprattutto “venendo dal mare”. Per imprimercela ancora un po’ nelle vene, facciamo a piedi le Rive, dalla Sacchetta alla Stazione C.le, passando come fantasmi su questo palcoscenico meraviglioso. Ora che i saltimbanchi hanno smontato e la bolgia se n’è andata, il teatro è tutto e solo per noi.

E Trieste ora è proprio più bellissima che mai.

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