Se devi chiedere…

[Louis Armstrong a chi gli chiese di descrivere il jazz rispose: “If you have to ask what jazz is, you’ll never know“]

Capita a volte di dover provare a raccontare perché ci piace andare a vela (in particolare su Shasa), in regata come in crociera, a persone che non sono mai state su una barca a vela. A volte ti dilunghi un po’ troppo, altre volte cerchi di mettere lì poche immagini che speri siano fulminanti per i tuoi interlocutori.

  • La velocità (capirai, a 7nodi di massima…)

  • L’affiatamento con gli altri (bah, che ci vorrà mai)

  • Vedere il nulla all’orizzonte tutto intorno, a 360° (svenimenti in sala)

  • Sentire vento, mare, scafo, uomini e vele come una cosa sola (punti interrogativi al posto degli occhi)

Potresti continuare, ma non c’è descrizione, racconto o immagine che possa trasmettere il vero senso di questo nostro darci da fare per stare un po’ in mezzo al mare su una barca che vorremmo solo andasse avanti ancora un po’, che andasse ancora un po’ più veloce. Le parole del racconto si fanno emozioni nostre, ma non sono sufficienti (e non lo sono mai!) a suscitare un’esperienza conoscibile in chi ci ascolta.

Quando ci capita, vorremmo che fosse accettato da parte dei nostri interlocutori adulti che facessimo come fanno i bambini piccoli quando gli chiedi “Dov’è il gatto?” e loro non sanno ancora risponderti “in camera mia, sotto il letto”, e allora con caparbia sufficienza ti prendono per mano e ti ci portano in silenzio, a vedere dov’è il gatto. Ecco, risponderemmo così, quando ci si chiede che gusto proviamo mai ad andare in barca, a fare le regate su Shasa. Risponderemmo come un bambino di 2 anni.

Come quella volta che Fabrizio ed io ci siamo portati per mano la mia A. a Ravenna, in una bella regata dell’Invernale, dicendole: “Ecco gatto!”

[Ma la mia A., che è splendida, aveva già capito tutto, ancora tra le dighe, mettendo su il suo sguardo da soldato in battaglia. E per la cronaca, ci fregiammo di un 1° e un 3° posto di categoria]

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